La controversa ripartenza degli appalti pubblici dopo l’emergenza COVID-19

di Luigi Donato

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Anche il sistema degli appalti pubblici sta cercando di uscire, faticosamente, dall’emergenza COVID-19. L’impatto è stato molto duro: da un lato, le strutture pubbliche hanno dovuto fronteggiare la pressione delle richieste, in una situazione di assoluta urgenza, dei materiali e dei servizi sanitari necessari, dall’altro, è intervenuta la sospensione generale dei termini per i procedimenti amministrativi, a norma dell’articolo 103 del decreto legge n. 18 del 2020, con la conseguenza di dover posticipare, in ogni caso, le gare in corso o da avviare.

Ma la vera, più difficile partita per il settore si gioca ora e riguarda il ruolo cruciale che gli appalti pubblici sono chiamati a svolgere per la ripresa della vita economica e sociale del Paese e per accompagnare gli impegnativi progetti di investimento che riguardano sanità, scuola, università, ricerca, turismo ed edilizia, oltre che la sostenibilità ambientale. E il settore del procurement non parte certo avvantaggiato, anzi è da tempo in affanno per il quadro normativo complesso, instabile e poco attento all’efficienza dei processi, per i latenti pericoli di corruzione, per le difficoltà operative delle amministrazioni pubbliche. Anche il passaggio dalle Linee guida dell’ANAC al reintrodotto Regolamento unico sugli appalti (in lavorazione) non è ben chiaro se manterrà la promessa di una reale semplificazione o se, invece, il pacchetto normativo in arrivo sarà, comunque, pesante e impegnativo, con il pericolo di sedimentare un sistema forse anche più complesso di prima. Tutto questo nonostante il tentativo di rendere i processi più fluidi con il decreto “Sblocca cantieri” che ha puntato sugli affidamenti diretti, sulle procedure negoziate e ristrette nonché sulla sospensione di una serie di norme del Codice dei contratti pubblici che l’esperienza aveva segnalato come fonte di inefficienze.

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