Gli strumenti del Governo per far fronte al COVID-19, tra esercizio del potere di ordinanza e inadeguatezza del decreto legge

di Stefano Pizzorno

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Come noto, il Governo ha emesso una serie di ordinanze (soprattutto decreti del Presidente del Consiglio dei ministri, ma anche del Ministero della Salute, solo ed in concerto con il Ministero dell’Interno, al fine di fronteggiare l’epidemia determinata di COVID-19.

Queste ordinanze hanno stabilito gravi limitazioni a taluni diritti fondamentali previsti dalla Costituzione, in particolare alla libertà di circolazione e al diritto di riunione, oltre a incidere comunque su molteplici rapporti etico-sociali, quali la libertà di culto e il diritto all’istruzione. Le basi normative che ne hanno costituito il fondamento sono stati il decreto legge del 23 febbraio 2020, n. 6 (che ha fatto seguito alla dichiarazione, da parte del Consiglio dei Ministri, in data 31 gennaio, dello stato di emergenza nazionale), e il decreto legge del 25 marzo 2020, n. 19, i quali hanno previsto espressamente che le misure necessarie per contenere l’epidemia venissero adottate con uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei ministri. Il decreto legge n. 6/2020 prevedeva alcune misure che potevano essere adottate con DPCM senza però fornirne un elenco tassativo, mentre il decreto n. 19/2020 ha eliminato le clausole aperte, determinando in modo più specifico le misure eventualmente oggetto dei futuri decreti.

L’esercizio del potere di ordinanza

I decreti del Presidente del Consiglio volti a gestire l’epidemia di coronavirus rientrano nella categoria delle ordinanze di necessità, la cui compatibilità con la Costituzione è stata affermata dalla Corte Costituzionale a condizione che vengano rispettati le norme costituzionali e i principi dell’ordinamento giuridico, vi sia adeguata motivazione e abbiano efficacia limitata nel tempo, in relazione alla necessità e all’urgenza Secondo la Corte tali ordinanze non sono certamente ricomprese tra le fonti del nostro ordinamento giuridico; non innovano al diritto oggettivo; né, tanto meno, sono equiparabili ad atti con forza di legge, per il sol fatto di essere eccezionalmente autorizzate a provvedere in deroga alla legge stessa. Nell’ultimo decennio si è verificato un ampliamento significativo dei settori in cui è ammesso l’utilizzo delle ordinanze di necessità, sia con riferimento a quelle del Sindaco, quale Ufficiale del Governo e come rappresentante del Comune, sia in relazione alle ordinanze di protezione civile.

In generale il potere di ordinanza vive, per così dire, una stagione d’oro, prendendo sempre più piede nell’ordinamento. I decreti del Presidente del Consiglio concernenti il coronavirus, conosciute dall’intera collettività nazionale per l’impatto che hanno avuto sulla vita delle persone, si inseriscono in un quadro che ha visto l’esercizio sempre più frequente del potere di ordinanza rispetto all’utilizzo del decreto legge.

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